"Se cerchi l'infinito lo troverai nel sorriso di un bambino; abbi cura di quel sorriso, è l'anima del mondo"


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venerdì 8 novembre 2013

Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD)

Sempre più spesso vengo contattata da genitori che...
mi chiedono di verificare se il loro bambino ha la ADHD...
mi dicono che la maestra/il pediatra ha detto che è troppo iperattivo... che non è mai attento....

Ma è bene fare un po' di chiarezza su cos'è la ADHD.

Non dobbiamo infatti fare l’errore di scambiare un bambino vivace per un bambino con ADHD.

La differenza è sostanziale.

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è un disturbo di origine neuro-biologica che si esprime con uno stato persistente di agitazione psico-fisica, condizione psico-motoria che causa grave disagio al bambino stesso, oltre che ai suoi genitori. Tale disturbo è caratterizzato da un livello di attenzione scarso, inadeguato per lo sviluppo, o da aspetti di iperattività e impulsività inappropriati all’età, o da entrambi. Si tratta di bambini con alti livelli di attivazione, i quali non possono stare fermi, sono irrequieti e impulsivi, parlano incessantemente e spesso ad alta voce.
 La vivacità, invece, è un tratto emotivo-caratteriale, spesso caratterizzato da impulsività e irruenza, ma sostanzialmente gestibile.
Per fare la diagnosi è necessaria una valutazione diagnostica di uno psicologo o di un neuropsichiatra infantile, né le insegnanti né il pediatra ha gli strumenti per farlo.
Infatti, oltre a questionari per genitori e insegnanti, si somministrano test standardizzati e il bambino con ADHD cade, dimostrando prestazioni gravemente deficitarie nei compiti di attenzione, ad esempio.

Per porre diagnosi di ADHD il disturbo deve essere presente per almeno sei mesi e causare compromissione  in almeno due  ambiti  (casa e scuola, ad esempio).  Il disturbo, inoltre, deve manifestarsi prima dei 7 anni.

Il DSM-IV, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, elenca tre sottotipi di ADHD:
  1. tipo con disattenzione predominante;
  2. tipo con iperattività-impulsività predominanti;
  3. tipo combinato.
Così, un bambino può essere inquadrato in un disturbo caratterizzato da soli sintomi di disattenzione o da sintomi di iperattività e impulsività ma senza disattenzione (Rapoport J.L. e Ismond D.R.,2000).
Per un elenco completo dei criteri diagnostici potete visitare il sito dell'Aidai.

martedì 17 settembre 2013

Problemi di comportamento

I disturbi del comportamento sono un insieme eterogeneo di condotte socialmente disfunzionali, che si caratterizzano genericamente per una mancanza di controllo in diversi ambiti o livelli, e che possono essere raggruppate e classificate come "disturbi esternalizzanti del comportamento".
Si caratterizzano per essere un insieme di comportamenti etero-diretti, ossia modalità attraverso le quali il soggetto interagisce sul piano fenomenico con l'ambiente “esterno”, contrassegnati da difficoltà attentive, impulsività, iperattività, aggressività, distruttività, ed azioni di tipo antisociale e/o delinquenziale.
 
Alcuni bambini possono manifestare un atteggiamento persistente e costante di sfida, disobbedienza e ostilità nei confronti di genitori, insegnanti e altri adulti in generale.
Questi bambini perdono di continuo il controllo, litigano con gli adulti, si rifiutano di obbedire alle regole, accusano gli altri per i propri errori e sono spesso arrabbiati e rancorosi (Disturbo Oppositivo Provocatorio)
Alcuni ragazzi possono mostrare una modalità di comportamento ripetitiva e persistente in cui violano i diritti altrui o le norme o le regole appropriate per la loro età.
La loro condotta è più grave della normale malvagità e delle monellerie tipiche dei bambini e degli adolescenti. Le difficoltà a casa, a scuola e in società sono comuni, e spesso si manifesta una precoce attività sessuale. L'autostima di questi giovani è spesso molto scarsa, sebbene tendano a proiettare un'immagine di 'durezza' o di forza (Disturbo della Condotta).
Alcuni bambini e ragazzi possono incontrare molte difficoltà nel mantenere la propria attenzione orientata ad un compito, controllare l’impulso ad agire, regolare in generale il livello della propria attività (Disturbo da deficit di attenzione e Iperattività – ADHD).
Dottoressa Myriam Frittoli

domenica 15 settembre 2013

Sviluppo e benessere

È insolito trovare dei bambini che siano completamente liberi da qualsiasi paura e preoccupazione, che non siano mai stati tristi o irritabili, che si comportino sempre bene e che si concentrino altrettanto bene.
Lo sviluppo del bambino si configura come un'evoluzione attraverso un continuum costellato da momenti di passaggio - tappe di sviluppo - lungo un cammino contrassegnato dalla presenza di fattori di rischio e fattori protettivi, opportunità e vincoli, fino al raggiungimento della piena maturazione di competenze cognitive, emotive e relazionali, ossia delle risorse con le quali ciascuna persona affronta le sfide del vivere quotidiano.
Il concetto di salute mentale e benessere psicologico in età evolutiva è strettamente connesso alla capacità di rispondere alle sfide continue provenienti dalla mutevolezza delle perturbazioni ambientali.
Questa capacità di apertura e di adattamento si declina nella flessibilità di integrazione delle abilità individuali e delle strategie di coping in funzione delle nuove esperienze di vita, unite alla capacità di ordinare e circoscrivere tali cambiamenti in un range di percezioni, emozioni e pensieri che consentano il mantenimento di un senso coeso e unitario di sé.
Tuttavia, la maggior parte dei bambini può presentare qualche sintomo, aspetti problematici, è quindi importante capire se i comportamenti che possono destare preoccupazioni rientrano nelle normali difficoltà connesse con le sfide evolutive o se definiscono aree di difficoltà realmente problematiche, già in sè sintomatiche o prodromi di future condizioni patologiche.
In questo senso la migliore guida è domandarsi se i sintomi abbiano o meno un serio impatto sul funzionamento del bambino:
- se “destabilizzano” effettivamente il bambino
- se interferiscono seriamente con la sua vita quotidiana a casa, a scuola, nel tempo libero
- se costituiscono un reale fastidio per gli altri
- se quanto osserviamo in "quel" bambino è significativamente discosto dalla media dei comportamenti dei bambini di uguale età di sviluppo, cultura e appartenenza sociale.
In caso di risposta positiva agli interrogativi è utile contattare uno specialista.
Dottoressa Myriam Frittoli

giovedì 12 settembre 2013

"fare la pace con le nostre crepe"


" Sono una mamma di due bambini, uno di 8 e di 12 anni. Mi piace leggere molto, informarmi e mi rendo conto che con loro ho commesso molti sbagli, molti errori. Vorrei non averli fatti, vorrei cancellare tutto il passato e ricominciare da capo ma so che non è possibile..." Lucia

Innanzitutto vorrei rassicurarla con fatto che siamo tutti "genitori imperfetti".
Mi permetto, inoltre, di agganciarmi alla sua lettera per fare delle considerazioni che possono tornare utili a tutti.

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro.
Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello.
Questa tecnica è chiamata "Kintsugi."
Oro al posto della colla.
Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente....
E la differenza è tutta qui: occultare l'integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.
"Spaccatura, frattura, ferita" sono percepiti come l'effetto meccanicistico di una colpa, perchè il pensiero digitale ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto, o è rotto.
Se è rotto, è colpa di qualcuno.
Il pensiero analogico -arcaico, mitico, simbolico- invece, rifiuta le dicotomie e ci riporta alla compresenza degli opposti, che smettono di essere tali nel continuo osmotico fluire della vita.
La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna.
Rendere belle e preziose le "persone" che hanno sofferto......questa tecnica si chiama "amore".
Il dolore è parte della vita.
A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco.
Il dolore fa due cose: Ti insegna, ti dice che sei vivo.
Poi passa e ti lascia cambiato.
E ti lascia più saggio, a volte.
In alcuni casi ti lascia più forte.
In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l'hanno capito più di sei secoli fa - e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.
 
Dottoressa Myriam Frittoli

 

domenica 23 settembre 2012

Festival cultura psicologica

A tutti coloro che abitano in lombardia segnalo un evento interessante:
IL BENESSERE A PORTATA DI MENTE
10 giorni per scoprire, imparare, capire, riflettere su uno dei misteri più affascinanti: la mente.
Possibilità di colloqui gratuiti con psicologi.

Io sarò tra i relatori.

Per maggiori informazioni clicca qui

mercoledì 28 marzo 2012

Il disturbo oppositivo provocatorio

La caratteristica fondamentale del Disturbo Oppositivo Provocatorio è una modalità ricorrente di comportamento negativistico, provocatorio, disobbediente, ed ostile nei confronti delle figure dotate di autorità che persiste per almeno 6 mesi ed è caratterizzato da frequente insorgenza di almeno uno dei seguenti comportamenti:



  • perdita di controllo
  • litigi con gli adulti
  • opposizione attiva o rifiuto di rispettare richieste o regole degli adulti
  • azioni deliberate che danno fastidio agli altri
  • accusare gli altri dei propri sbagli o del proprio cattivo comportamento
  • essere suscettibile o facilmente infastidito dagli altri
  • essere collerico e risentirsi
  • essere dispettoso o vendicativo
Per definire il Disturbo Oppositivo Provocatorio, i comportamenti devono manifestarsi più frequentemente rispetto a quanto si osserva tipicamente nei soggetti di età e livello di sviluppo paragonabili e devono comportare una significativa compromissione del funzionamento sociale, scolastico, o lavorativo.
I comportamenti negativistici ed oppositivi sono espressi con persistente caparbietà, resistenza alle direttive, scarsa disponibilità al compromesso, alla resa o alla negoziazione con gli adulti o coi coetanei. L’oppositività può anche includere la deliberata o persistente messa alla prova dei limiti, di solito ignorando gli ordini, litigando e non accettando i rimproveri per i misfatti. L’ostilità può essere diretta contro gli adulti o i coetanei e viene espressa disturbando deliberatamente gli altri o con aggressioni verbali (di solito senza le più gravi aggressioni fisiche osservate nel Disturbo della Condotta).
 Dal momento che un comportamento oppositivo transitorio è molto comune nei bambini in età prescolare e negli adolescenti, si dovrebbe usare cautela nel fare la diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio specie durante questi periodi di sviluppo. Tutti i bambini possono essere scontrosi e capricciosi, però nei soggetti con il DOP queste caratteristiche si presentano amplificate tanto da arrivare a compromettere, in maniera significativa, il loro inserimento sociale.
 
 
Come aiutarli ad uscire da questo stato di disagio?
La parola d’ordine, di un buon intervento educativo e psicologico, dovrà essere “comprensione”. Sono bambini che non vanno curati, né cambiati, ma prima di tutto capiti. Con i loro comportamenti sembrano volerci allontanare, ma se ce ne andiamo soffrono di solitudine. Bisogna cercare, allora, di superare le barriere che ci separano dal loro mondo, capire la causa del loro male interiore.
Forse sono ostili perché cercano di difendersi, a causa di traumi che li hanno portati a diffidare degli altri, oppure vogliono attirare l’attenzione, perché hannombisogno di comunicare i loro problemi e non conoscono altro canale che l’aggressività.
Cosa pensano i bambini DOP? Come valutano se stessi e le loro azioni? Sono contenti del loro modo di essere o vorrebbero cambiare?
Chi è estraneo al mondo della neuropsichiatria infantile, di fronte alle condotte
prepotenti e aggressive dei soggetti oppositivi e provocatori, è portato a dare
 giudizi che però spesso sono lontani dalla verità.
Certo non è difficile cadere in errore perché, osservando il modo in cui questi
 ragazzini si relazionano con gli altri, si può facilmente credere che essi provino
 piacere nel suscitare il pianto dei compagni, nel portare gli insegnanti all’orlo
 della disperazione, nel creare scompiglio e nel rompere tutto ciò che capita loro
 a tiro.
Si pensa che essi siano fieri di se stessi, che godano nell’essere temuti dagli altri,
ma sta proprio qui la nostra cecità, nell’essere incapaci di andare con lo sguardo
oltre le immagini apparenti, per cogliere il nocciolo della loro sofferenza.
Il soggetto affetto dal DOP non vive una vita felice e serena, non è contento del
suo modo di essere e si duole per le opinioni che le altre persone hanno di lui.
L’immagine che ha di sé è molto svalutante, si considera un incapace, indegno
dell’amore altrui e crede che nessuno mai gli potrà essere amico. Si sente
rifiutato, ma sa di essere lui stesso la causa del suo isolamento e così sviluppa
livelli molto bassi d’autostima e spesso anche dei Disturbi dell’Umore.
Come sostiene Patterson, spesso, questa bassa considerazione che il bambino
oppositivo provocatorio ha di se stesso, nasce proprio nell’ambiente domestico.
Il rapporto che questi soggetti hanno con i loro parenti è molto complesso, si
tratta di una sorta di coercizione reciproca che, alla lunga, tende a sgretolare
l’unità familiare. Sono gli stessi genitori ad attribuire ai loro figli delle etichette, a definirli “insopportabili”, “aggressivi”, “terribili”. Queste espressioni che possono essere
dettate da un momento di collera, se ripetute più e più volte, vengono interiorizzate dal bambino, diventando delle auto-asserzioni negative che egli ripeterà a sé stesso ogni qual volta si sentirà abbandonato da qualcuno.
Se qualcuno gli si avvicina per instaurare un rapporto, anziché esserne felice, si mostra diffidente e reagisce con il suo repertorio di comportamenti ostili, come a voler mettere alla prova le intenzioni del suo interlocutore. È come se gli chiedesse “Mi vuoi bene anche se ti dimostro che non valgo niente, anche se ti faccio vedere che mi sono preso gioco di te? Mi vuoi bene anche se io stesso sono sicuro di essere un buono a nulla, e sono certo che nessuno mi potrà mai amare?”.
Il soggetto DOP, quindi, è convinto che anche chi cerca di avvicinarsi a lui in veste d’amico, chi dice di volergli bene e di volerlo aiutare, alla fine, imparando a conoscerlo cambierà idea e lo lascerà nuovamente solo, quindi è bene mettere subito alla prova queste persone, verificare il loro grado di sopportabilità, perché tanto anche loro impareranno ad odiarlo ed è meglio che questo accada prima che egli si illuda di poter ancora ricevere affetto.

Modificare il comportamento intervenendo sulle conseguenze: punizioni e rinforzi
Per far sì che le provocazioni, l’ostilità e gli atteggiamenti aggressivi del DOP vadano estinguendosi, è necessario fare in modo che il bambino incomba in delle conseguenze negative ogni qual volta faccia ricorso a tali comportamenti. Esistono dei metodi, utilizzabili sia in un contesto scolastico che familiare, che permettono di “punire” il bambino in maniera intelligente, evitando cioè di fare ricorso a castighi rigidi e rimproveri umilianti, che potrebbero produrre effetti indesiderati.
Alcune di queste strategie consistono nel:
  • Premiare i comportamenti positivi, anche piccoli ma che conducono alla condotta desiderata e allontanano da quella indesiderata

  • Preferire i premi per i comportamenti positivi (anche piccoli) alle punizioni

  • Evitare le prediche

  • Preferire sempre la perdita di un privilegio (es. uscire o guardare la tv) alla punizione (es. fare qualcosa di spiacevole)

  • Scegliere le punizioni solo per comportamenti molto gravi (esplicito danno verbale o fisico agli altri) e solo se si è provato tutto il resto.

  • Decidere tre regole che tutti dovranno tenere in casa o a scuola (scegliere: “parlare a voce bassa” piuttosto che “non si grida”)

  • Se si decide di rimproverare farlo con poche e specifiche parole es. “avevamo stabilito questa regola, tu l’hai infranta, quindi, come avevamo stabilito ti tocca rinunciare a questo”.

  • Se si decide di punire NON usare mai la violenza fisica (sempre bene ribadirlo) perché non facciamo che peggiorare la situazione oltre che fare un grave danno al bambino.

  • Se si sceglie di premiare o in alternativa, togliere un privilegio, questo deve essere fatto subito. Se si lascia passare troppo tempo l’effetto sul comportamento svanisce.

  • Essere sempre chiari e leali

  • Ricordarsi di dare il “buon esempio”. Siamo il suo principale modello. Una risposta stizzita o aggressiva non fa che rinforzare il comportamento oppositivo del bambino.

  • Attenuare l’esposizione agli antecedenti che normalmente conducono a comportamenti oppositivi. Ricercare le condizioni che attenuano i comportamenti indesiderati.

  • Rimproverare in privato o comunque in modo tale che non possano udire terze persone. La punizione non dovrà servire a formulare giudizi, ma dovrà limitarsi a descrivere il comportamento indesiderato in maniera obiettiva. Al bambino verranno spiegate le motivazioni che rendono sbagliata tale condotta, verranno suggerite modalità comportamentali alternative e verranno indicati i vantaggi derivanti dalla loro messa in atto.

  • Ignorare le “esibizioni” del bambino, ossia rimuovere il rinforzo derivante dall’attenzione degli “spettatori”.

  • Punire attraverso il Timeout ossia attraverso il trasferimento del bambino in un luogo in cui siano inaccessibili i rinforzamenti positivi, come l’attenzione, l’approvazione dei pari, i giocattoli ed altri oggetti interessanti. Questo luogo potrà essere il corridoio di casa, un angolo della stanza, o semplicemente una sedia, l’importante è non scegliere mai spazi che potrebbero infastidire il bimbo più del dovuto, come zone buie o confinate. È bene ricordare, inoltre, che è sufficiente un tempo di appena tre, quattro minuti, e che aumentare tale periodo con lo scopo di rafforzare il valore della punizione è solo controproducente.

  • Sorprendere il bambino con reazioni impreviste. Questa strategia, proposta da Fiorenza e Nardone serve, in particolare, per fronteggiare gli atteggiamenti provocatori attraverso comportamenti stravaganti, che disorientano il soggetto e lo inducono a riflettere sulle proprie condotte. La tecnica consiste nel rispondere alle provocazioni, non con rimproveri o punizioni, ma con azioni che possono apparire incomprensibili, come accostarsi al soggetto e dargli un bacio sul naso, senza dare alcuna spiegazione e limitandosi ad asserire che si aveva voglia di farlo.Questa risposta originale vuole di fatto comunicare al bambino due messaggi:  
1) non casco nelle tue provocazioni;
2) sono capace anch’io di provocarti.

  • Premiare e Punire attraverso gradagno o perdita di punti

  • Piuttosto di dare indicazioni vaghe es. “Comportati bene” o “bravo, oggi ti sei comportanto bene” preferire espressioni come ad esempio “Bravo. Hai apparecchiato la tavola senza fartelo ripetere due volte, ti meriti un premio”

Dottssa Myriam Frittoli

giovedì 22 marzo 2012

Mamma e papà mi hanno detto che si separano...

Oggi vorrei provare a farvi entrare nella "testa" di quel bambino a cui i genitori hanno appena comunicato la notizia: "mamma e papà non si amano più e quindi abbiamo deciso di separarci!"

Ma allora potrà capitare prima o poi che non ameranno più neanche me e mi lasceranno?

Forse è colpa mia.... litigavano sempre per i pasticci che combinavo....

E adesso? in quale casa vivrò?

Io e mio fratello verremo divisi?
Cosa succederà?

Avrò ancora la mia cameretta?

Dovrò cambiare scuola?

Dovrò scegliere con chi stare? ma io voglio bene a tutti e due...

Quando due genitori si separano cosa provano i figli?
Rabbia, paura, colpa, vergogna: le emozioni che si agitano dentro di loro sono tante.
Rassicurarli che mamma e papà non li lasceranno mai, anche se non si amano più, è un dovere dei genitori, così come individuare per loro un'alleanza educativa.
Mi rendo conto delle difficoltà che i genitori incontrano nel continuare ad essere, insieme, un importante punto di riferimento per i propri bambini.

Per questo credo che comunicare la "notizia" sia un momento delicatissimo; non solo è fondamentale cosa si dice, ma anche il come ed è importante anche tutto quello che non viene detto...
Spesso i genitori mi contattano quando tutto ciò è già avvenuto...

Vorrei invece far riflettere sull'importanza di contattare uno specialista prima di comunicare la notizia ai figli, così da essere guidati e supportati in questa così delicata fase di vita, per loro, ma soprattutto per i bambini e ragazzi.
Se questo non fosse possibile, ecco alcune attenzioni che ritengo necessarie per ridurre al minimo i “danni”…

  • Trovare le parole giuste
Generalmente, una separazione non giunge inaspettata, senza segni premonitori: litigi, grida, critiche, atmosfera tesa… E’ quindi poco probabile che il tuo bambino non se ne sia reso conto. Inconsciamente, ha senza dubbio già capito che la situazione non è più tanto rosea, in casa. Per quanto possibile, spiegategli INSIEME, cosa sta succedendo. E’ importante che sappia che avete preso una decisione insieme, per evitare che dia la colpa a un genitore o all’altro. Spiegagli che il suo papà e la sua mamma si sono amati tanto ma che oggi come oggi fanno fatica ad andare d’accordo e a vivere insieme. Attenzione al linguaggio che usate… dire frasi del tipo “l’amore finisce” perchè il bambino la prende come “legge di vita” e quindi oltre a generare il lui una grande ansia… gli fa pensare.. “quando smetteranno di amare anche me?”. Rassicuratelo ricordandogli che resterete SEMPRE i suoi genitori, il suo papà e la sua mamma, e che i vostri problemi da grandi non cambiano l’amore che provate per lui. Cosa non fare: non entrare nei dettagli della separazione: il papà si è innamorato della sua capa e la mamma ha preferito lo stagista!
  • Essere onesti
Essere genitori, significa anche farsi forza per proteggere i propri figli. In compenso, non negare né la vostra sofferenza né la sua. Potete benissimo dirgli che essere triste è normale e che anche il papà e la mamma lo sono. Non bisogna minimizzare l’importanza di questo stravolgimento familiare. Evitate frasi tipo “su, non fare così“, “non piangere“… è giusto che manifesti la sua rabbia e il suo dolore! Non lasciargli nutrire false speranze se la vostra decisione è irrevocabile. Non fategli credere, pensando di proteggerlo, che un giorno potrete tornare insieme. Spiegategli nel modo più semplice possibile, come evolverà la situazione: domanda di divorzio, attesa della sentenza e decisioni sull’affidamento. Cercate di rassicurarlo, garantendogli che il suo papà e la sua mamma troveranno la soluzione migliore per tutti. Cosa non fare: renderlo partecipe dei motivi della vostra separazione. Il tuo bimbo non deve essere preso in ostaggio e sentirsi obbligato a mettersi dalla parte di uno dei due genitori.
  • Allontanare i sensi di colpa
Un bambino penserà sempre di aver fatto qualcosa di male e di essere responsabile della separazione. Ripenserà ad alcuni dettagli e immaginerà che il fatto di non aver messo a posto la sua camera abbia potuto scatenare questa rottura. E’ molto importante spiegargli che non è colpa sua e che sono i suoi genitori, dei grandi, a divorziare, non lui. Cosa non fare: lasciargli ascoltare le vostre conversazioni tese riguardo la nuova organizzazione, l’affidamento, gli alimenti… Tutto questo deve rimanere tra voi.
  • Rassicurarlo sulla sua vita
Quando gli annuncerete la separazione, il vostro bambino avrà l’impressione che il suo universo crolli e che tutto stia per cambiare. E’ molto importante, quindi, che voi riusciate a calmare le sue paure, ricordandogli i suoi punti di riferimento e dandogliene di nuovi. Spiegategli, se rientra negli accordi, che continuerà a vedervi entrambi, ma in giorni della settimana diversi. Ditegli quali, se lo sapete già. Preparatelo anche alla prospettiva di un eventuale trasloco o, per lo meno, alla scoperta di una nuova casa. Includetelo nei preparativi: « sceglierai una carta da parati che ti piace, delle lampade buffe, durante il week end potrai portare con te i tuoi peluche preferiti… » Cosa non fare: dirgli che “non cambierà nulla” perché non è vero! Al contrario, annunciategli che ci saranno alcuni piccoli cambiamenti da fare e che probabilmente non avrete il tempo di annoiarvi…
  • Rispondere alle sue domande
Dopo l’annuncio della separazione, il tuo piccolo puo’ rinchiudersi nel mutismo oppure sommergervi di domande. Rispondetegli con calma ai suoi dubbi. Siate pronti a sentirne di tutti i colori.”Il mio amico Luca non vede più suo padre da quando i suoi genitori hanno divorziato. Succederà la stessa cosa?” “La Mamma ha un nuovo innamorato?”"E come farà Babbo Natale a ritrovarmi?”"Continuero’ a vedere il Nonno e la Nonna?”"Lo dirai alla maestra?”. Cosa non fare: mentirgli… tranne per Babbo Natale! Se vi sentite persi quanto lui per quanto riguarda l’organizzazione, ditegli che non lo sapete ancora e che gli risponderete non appena potrete.

Può essere utile la lettura del libro “Vi lasciate o mi lasciate?” di Pellai e Tamborini (Erickson)

Articolo pubblicato anche su http://www.medicitalia.it/myriam.frittoli/news/2028/Mamma-e-papa-mi-hanno-detto-che-si-separano

martedì 20 marzo 2012

L'intervento psicologico coi bambini

" Dite: è faticoso frequentare bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli."  
J. Korczack

Capita spesso che i genitori si chiedano se sia necessario portare il loro figlio dallo psicologo.
A volte è il pediatra a suggerirlo, altre qualche insegnante, altre ancora sono mamma e papà stessi a cogliere segnali di disagio, difficoltà o comportamenti problematici che possono richiedere un intervento “esperto”.
Molte volte, basta questo interrogativo per suscitare preoccupazione, timore e ansia nei genitori, spaventati da mancanza di informazioni corrette o da pregiudizi.
Ma cosa fa uno psicologo che lavora con i bambini?
Il primo aspetto da sottolineare, è questo: lavorare con i bambini non può prescindere dal lavorare con i genitori!!
Quanto più il bambino è piccolo, tanto più il coinvolgimento dei genitori è di fondamentale importanza.
In alcuni casi, non è neppure necessario che il bambino arrivi nello studio dello psicologo… può essere sufficiente aiutare i genitori perché i figli ne traggano beneficio e superino il momento difficile che stanno vivendo.
In altri casi, invece, è utile per il bambino trovare uno spazio dove essere ascoltato e aiutato a comprendere ed esprimere ciò che sente. O ancora, nel caso in cui emergano sofferenze più profonde o problematiche significative è importante l’intervento di un professionista, formato all’attività psicologica con i bambini.
Argomenti generali del lavoro tra lo psicologo e il piccolo paziente potranno essere, a seconda dei casi, il riconoscimento e l’espressione di emozioni, l’autostima, l’incremento di abilità sociali…
A queste attività, svolte sempre in modo giocoso e adeguate all’età del bambino, potrà essere affiancato il trattamento di eventuali disturbi clinici.
In base alle problematiche presentate, potrebbe rivelarsi molto utile estendere l’intervento a contesti diversi da quello dello studio dello psicologo: casa, scuola, tempo libero
Dottssa Myriam Frittoli

venerdì 16 marzo 2012

Cos'è l'approccio cognitivo comportamentale

Il termine cognitivo sta a indicare che si indagano i processi di pensiero e come questi influenzano e sono influenzati dalle emozioni e dall’ambiente esterno.
Il fine della terapia quindi è modificare i pensieri e le convinzioni che risultano dolorose per le persone.
Il termine comportamentale indica che si dà molta importanza ai comportamenti della persona.
Il fine della terapia quindi è l’analisi dei comportamenti che generano i problemi e la loro modificazione per raggiungere uno stile di vita più soddisfacente.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale sostiene, quindi, la presenza di una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi  siano influenzati da cio' che facciamo e cio' che pensiamo nel presente, nel qui ed ora.
Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.
 Quali persone può aiutare la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale?
Negli adulti si rivolge prevalentemente a: problematiche dell'umore (depressione); Ansia, attacchi di panico; Ossessioni e compulsioni; Problemi alimentari (anoressia, bulimia); Stress, disturbi psicosomatici e cefalee; Disfunzioni sessuali; Dipendenze da sostanze (alcool, droghe); Insonnia; Problemi di coppia; Mobbing lavorativo; Problemi di bassa autostima.
Negli bambini e adolescenti è particolarmente indicata per problematiche relative a: Timidezza e ansia da separazione; Disturbi del comportamento, iperattività; Disturbi dell’attenzione; Disturbi emotivi; Comportamenti autolesivi; Disagio scolastico.
N.B. Il lavoro con i bambini viene spesso affiancato al lavoro con gli adulti attraverso training informativi e formativi rivolti ai genitori e alle altre figure di riferimento.