"Se cerchi l'infinito lo troverai nel sorriso di un bambino; abbi cura di quel sorriso, è l'anima del mondo"


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martedì 1 ottobre 2013

3,2,1.... STUDIAMO


Tuo figlio non riesce a fare i compiti da solo?

  Vorresti aiutarlo a trovare un metodo di studio?

La dottoressa Myriam Frittoli, psicoterapeuta cognitiva-comportamentale, Laura Capone, logopedista e applicatore Metodo Feuerstein, organizzano un training per insegnare agli studenti a “sfruttare” tutte le proprie capacità e per  sviluppare un metodo di studio efficace.
Utile anche per ragazzi con disturbi specifici di apprendimento.

E' previsto un Incontro  gratuito di presentazione. Si prega di confermare via email o per telefono la propria presenza in modo da organizzare al meglio l’incontro.

Inizio corso: ottobre 2013
Durata : 10 incontri  con gli studenti ( in gruppo, divisi a seconda dell’età 8-10 anni, 11-13 anni)
e 1 con i genitori
Dove: in via Ajraghi 10, Milano

Per informazioni e confermare la propria presenza:

Dottoressa Myriam Frittoli                                                           Laura Capone
333-5909066                                                                                  339-1424383
myriam.frittoli@fastwebnet.it                                                    lauracapone1@virgilio.it 

martedì 17 settembre 2013

Problemi di comportamento

I disturbi del comportamento sono un insieme eterogeneo di condotte socialmente disfunzionali, che si caratterizzano genericamente per una mancanza di controllo in diversi ambiti o livelli, e che possono essere raggruppate e classificate come "disturbi esternalizzanti del comportamento".
Si caratterizzano per essere un insieme di comportamenti etero-diretti, ossia modalità attraverso le quali il soggetto interagisce sul piano fenomenico con l'ambiente “esterno”, contrassegnati da difficoltà attentive, impulsività, iperattività, aggressività, distruttività, ed azioni di tipo antisociale e/o delinquenziale.
 
Alcuni bambini possono manifestare un atteggiamento persistente e costante di sfida, disobbedienza e ostilità nei confronti di genitori, insegnanti e altri adulti in generale.
Questi bambini perdono di continuo il controllo, litigano con gli adulti, si rifiutano di obbedire alle regole, accusano gli altri per i propri errori e sono spesso arrabbiati e rancorosi (Disturbo Oppositivo Provocatorio)
Alcuni ragazzi possono mostrare una modalità di comportamento ripetitiva e persistente in cui violano i diritti altrui o le norme o le regole appropriate per la loro età.
La loro condotta è più grave della normale malvagità e delle monellerie tipiche dei bambini e degli adolescenti. Le difficoltà a casa, a scuola e in società sono comuni, e spesso si manifesta una precoce attività sessuale. L'autostima di questi giovani è spesso molto scarsa, sebbene tendano a proiettare un'immagine di 'durezza' o di forza (Disturbo della Condotta).
Alcuni bambini e ragazzi possono incontrare molte difficoltà nel mantenere la propria attenzione orientata ad un compito, controllare l’impulso ad agire, regolare in generale il livello della propria attività (Disturbo da deficit di attenzione e Iperattività – ADHD).
Dottoressa Myriam Frittoli

domenica 15 settembre 2013

Sviluppo e benessere

È insolito trovare dei bambini che siano completamente liberi da qualsiasi paura e preoccupazione, che non siano mai stati tristi o irritabili, che si comportino sempre bene e che si concentrino altrettanto bene.
Lo sviluppo del bambino si configura come un'evoluzione attraverso un continuum costellato da momenti di passaggio - tappe di sviluppo - lungo un cammino contrassegnato dalla presenza di fattori di rischio e fattori protettivi, opportunità e vincoli, fino al raggiungimento della piena maturazione di competenze cognitive, emotive e relazionali, ossia delle risorse con le quali ciascuna persona affronta le sfide del vivere quotidiano.
Il concetto di salute mentale e benessere psicologico in età evolutiva è strettamente connesso alla capacità di rispondere alle sfide continue provenienti dalla mutevolezza delle perturbazioni ambientali.
Questa capacità di apertura e di adattamento si declina nella flessibilità di integrazione delle abilità individuali e delle strategie di coping in funzione delle nuove esperienze di vita, unite alla capacità di ordinare e circoscrivere tali cambiamenti in un range di percezioni, emozioni e pensieri che consentano il mantenimento di un senso coeso e unitario di sé.
Tuttavia, la maggior parte dei bambini può presentare qualche sintomo, aspetti problematici, è quindi importante capire se i comportamenti che possono destare preoccupazioni rientrano nelle normali difficoltà connesse con le sfide evolutive o se definiscono aree di difficoltà realmente problematiche, già in sè sintomatiche o prodromi di future condizioni patologiche.
In questo senso la migliore guida è domandarsi se i sintomi abbiano o meno un serio impatto sul funzionamento del bambino:
- se “destabilizzano” effettivamente il bambino
- se interferiscono seriamente con la sua vita quotidiana a casa, a scuola, nel tempo libero
- se costituiscono un reale fastidio per gli altri
- se quanto osserviamo in "quel" bambino è significativamente discosto dalla media dei comportamenti dei bambini di uguale età di sviluppo, cultura e appartenenza sociale.
In caso di risposta positiva agli interrogativi è utile contattare uno specialista.
Dottoressa Myriam Frittoli

giovedì 12 settembre 2013

Buon inizio scuola a tutti !!!


In una classe, l'insegnante si aspetta di essere ascoltato.
Lo studente pure.
(Ernest Abbé)

 

"fare la pace con le nostre crepe"


" Sono una mamma di due bambini, uno di 8 e di 12 anni. Mi piace leggere molto, informarmi e mi rendo conto che con loro ho commesso molti sbagli, molti errori. Vorrei non averli fatti, vorrei cancellare tutto il passato e ricominciare da capo ma so che non è possibile..." Lucia

Innanzitutto vorrei rassicurarla con fatto che siamo tutti "genitori imperfetti".
Mi permetto, inoltre, di agganciarmi alla sua lettera per fare delle considerazioni che possono tornare utili a tutti.

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro.
Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello.
Questa tecnica è chiamata "Kintsugi."
Oro al posto della colla.
Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente....
E la differenza è tutta qui: occultare l'integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe.
"Spaccatura, frattura, ferita" sono percepiti come l'effetto meccanicistico di una colpa, perchè il pensiero digitale ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto, o è rotto.
Se è rotto, è colpa di qualcuno.
Il pensiero analogico -arcaico, mitico, simbolico- invece, rifiuta le dicotomie e ci riporta alla compresenza degli opposti, che smettono di essere tali nel continuo osmotico fluire della vita.
La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna.
Rendere belle e preziose le "persone" che hanno sofferto......questa tecnica si chiama "amore".
Il dolore è parte della vita.
A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco.
Il dolore fa due cose: Ti insegna, ti dice che sei vivo.
Poi passa e ti lascia cambiato.
E ti lascia più saggio, a volte.
In alcuni casi ti lascia più forte.
In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l'hanno capito più di sei secoli fa - e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.
 
Dottoressa Myriam Frittoli

 

martedì 11 dicembre 2012

I diritti dei bambini

1 IL DIRITTO ALL'OZIO
a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti
 
2 IL DIRITTO A SPORCARSI
a giocare con la sabbia ,la terra ,l'erba ,le foglie , l'acqua ,i sassi ,i rametti ,ecc..


3 IL DIRITTO AGLI ODORI
a percepire il gusto degli odori,riconoscere i profumi offerti dalla natura

 4 IL DIRITTO AL DIALOGO
ad ascoltare e poter prendere la parola ,interloquire e dialogare

  5 IL DIRITTO ALL'USO DELLE MANI
a piantare chiodi,segare e raspare legni,scartavetrare,incollare,plasmare la creta,legare corde,accendere un fuoco

  6 IL DIRITTO AD UN BUON INIZIO
a mangiare cibi sani fin dalla nascita,bere acqua pulita e respirare aria pura
 
7 IL DIRITTO ALLA STRADA
  a giocare in piazza liberamente,a camminare per le strade
 
8 IL DIRITTO AL SELVAGGIO
  a costruire un rifugio-gioco nei boschetti,ad avere canneti in cui nascondersi,alberi su cui arrampicarsi
 
9 IL DIRITTO AL SILENZIO
  ad ascoltare il soffio del vento,il canto degli uccelli,il gorgogliare dell'acqua
 
10 IL DIRITTO ALLE SFUMATURE
a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto,ad ammirare,nella notte,la luna e le stelle

di GIANFRANCO ZAVALLONI

martedì 8 maggio 2012

Paure in età evolutiva

E’ normale, che i bambini abbiano delle paure.
Queste si modificano col crescere e con l’aumento delle esperienze e dell’intelligenza.
Se però queste paure diventano quotidiane, generano grande ansia e non permettono al bambino di vivere una vita serena potremmo essere davanti a una difficoltà più seria (disturbo d’ansia).



Normali paure in BAMBINI PRESCOLARI:
-forti rumori
-cadute
-assenza dei genitori
-paura di alcuni animali
-buio
-mostri

DAI 6-7 ANNI
-rumori forti, strani o improvvisi (es tuoni, sirene)
-fantasmi, streghe o altri essere immaginari
-allontanamento dai genitori o paura di perdersi
-essere soli di notte
-andare a scuola

DAI 7-8 ANNI
-buoio o luoghi bui
-eventi catastrofici rimasti impressi dalla tv, libri,film
-non piacere agli altri
-essere in ritardo a scuola
-essere escluso da riunioni familiari
-violenze o rifiuti da parte di determinati individui a scuola

DAGLI 8 AI 9
-umiliazione
- insuccesso a scuola o nel gioco
-essere sorpreso a mentire o compiere qualcosa di proibito
-essere vittima di violenza fisica
-genitori che litigano, si separano o si fanno male

DAI 9-11 ANNI
-insuccesso a scuola o negli sport
-ammalarsi
-alcuni animali
-vertigini
-persone minacciose

DAGLI 11-13
-insuccesso a scuola, sport, situazioni sociali
-apparire e comportarsi in modo “strano”
-morte o malattie
-sesso
-essere raggirati o plagiati
-perdere le proprie cose, essere derubati

Dottssa Myriam Frittoli

Tratto da : Dacey, Fiore “il bambino ansioso”, Erickson

giovedì 3 maggio 2012

Bimbi annoiati, genitori allarmati

Vi è mai capitato di sentire vostro figlio dirvi: “Mamma, mi annoio. Non so che fare?”.

La cosa ci stupisce perchè siamo inclini a pensare che la noia sia una sensazione da adulti. E, invece la noia invade anche la mente del bambino.E’ una sensazione che provano soprattutto quando crescono ed hanno all’incirca tre-quattro anni. Insomma, quando la loro autonomia rispetto ai genitori è maggiore e cominciano a giocare anche da soli. Ai genitori non sembra vero e, in una prima fase anche a loro, ma poi ad un certo punto si stufano e cercano nuovi stimoli. Già, il punto è proprio questo.

I bambini di oggi hanno troppi stimoli. Tra scuola, televisione, computer, playstation e genitori sempre di corsa, anche loro si sono abituati a vivere a tremila. Oltre agli impegni scolastici, i bambini di oggi sono sempre più coinvolti in attività extrascolastiche frenetiche, che spesso richiedono dei tempi molto rapidi, oltre che una precisa programmazione nell’arco dell’intera giornata.
In questo modo, le loro vite appaiono dense di impegni, così come quelle dei loro genitori e degli altri membri della sua famiglia, proprio perché ciò spesso rispecchia un modello familiare caratterizzato da una ricerca spasmodica di occupazioni e di obiettivi da raggiungere. Così accade che siano proprio i genitori ad affannarsi nel riempire il tempo libero del proprio figlio, con lo sport, con il catechismo, con i corsi di musica, di lingue e così via, proprio perché sembra che senza tali attività egli perda del tempo prezioso, oltre che degli stimoli importanti per la sua crescita ed il suo sviluppo.
Questa invasione dei tempi e degli spazi liberi del bambino, se eccessiva, spesso rischia di tener bloccata la sua fantasia, oltre che il suo ingegno, le sue spontanee attitudini e la possibilità per lui di imparare a scegliere autonomamente come impiegare il suo tempo libero, senza che nessuno lo faccia al suo posto. Insieme a ciò, accade anche che un bambino sempre attivo ed impegnato sia portato ad esprimere più facilmente la sua insofferenza e la sua noia nei momenti liberi della sua giornata, come se non sapesse cosa farsene.
Questi stati d’animo del bambino spesso generano dei grandi sensi di colpa in molte mamme e in molti papà, che a volte leggono la noia del proprio figlio come un sintomo di malessere, legato ad un suo vissuto di solitudine o di abbandono da parte delle sue figure di riferimento.Dunque, qual è la soluzione quando il bambino arriva e ci chiede: “Mamma, cosa faccio adesso?”.

Secondo gli psicoterapeuti infantili i genitori non dovrebbero fare proprio niente e lasciare a loro tutto lo spazio necessario per sviluppare la loro creatività.
Alcune ricerche psicologiche, infatti, hanno dimostrato che la noia corrisponde ad una mente troppo piena a causa di un eccesso di sollecitazioni. In questi casi è inutile subissarli di proposte ed è più produttivo insegnargli a lavorare di immaginazione in modo che possa fantasticare ad occhi aperti lasciando libera la loro fantasia.

Insomma, bisogna lascirgli spazio. Questo perchè i bambini vivono giornate già tutte organizzate e stabilite dai genitori. Persino il loro tempo libero è spesso programmato e non scelto da loro. Al contrario, potrebbe essere molto utile comprendere come, nei suoi momenti di noia e di tranquillità, il bambino possa dare libero sfogo alla sua creatività, possa imparare a sintonizzarsi maggiormente con le sue emozioni ed organizzare autonomamente il suo tempo libero, oltre che ripensare e rimettere ordine a ciò che gli è accaduto durante la sua giornata.
Oltre a ciò, sembra che attraverso i suoi momenti di inattività e di noia, il bambino possa imparare anche a tollerare la frustrazione legata alla mancanza di attenzioni costanti e di risposte immediate da parte dei suoi genitori, che spesso possono verificarsi nel corso della sua crescita.

domenica 29 aprile 2012

Missione compiti

Titolo: MISSIONE COMPITI. Manuale di sopravvivenza per i genitori
Autore: Gianluca Daffi

Quante volte vi è capitato di dover litigare con i vostri figli per convincerli a sedersi alla scrivania e fare i compiti?

Quanti pomeriggi avete passato cercando in tutti i modi di far loro entrare in testa qualche pagina del libro di testo?

Purtroppo molto spesso lo spazio quotidiano dedicato ai compiti a casa più che in un momento importante di crescita per genitori e figli diventa una vera e propria «battaglia».

Questo libro è un "manuale di sopravvivenza" dedicato a mamma e papà.
L'autore suggerisce tattiche e strategie per organizzare in modo astuto ed efficace il momento dei compiti.

Innanzitutto affronta un tema di grande attualità: perchè è importante fare i compiti a casa. In particolare rintraccia 3 obiettivi primari nell'eseguire i compiti:
1. fornire all'alunno tempi e spazi di riflessione personale
2. potenziare le competenze apprese o in via di sviluppo
3. portare a compimento il processo di apprendimento iniziato in classe

Inoltre, grazie ai compiti, sarà possibile aumentare il senso di responsabilità, lo sviluppo dell'autodisciplina e il senso di efficacia del bambino.

Più volte l'autore sottolinea l'importanza di non fare i compiti al posto del bambino; inoltre spiega anche come sia fondamentale il modo in cui il genitore stesso si pone davanti ai compiti del figlio. Il bambino non deve avere dubbi sul fatto che per mamma e papà quei compiti sono importanti tanto quanto lo sono per lui.

L'autore descrivere 3 possibili ruoli dei genitori di fronte ai compiti:

- ARBITRO
si siede accanto al figlio e comincia ad osservare come svolge i compiti; "fischia" a ogni mossa sbagliata, minaccia punizioni se lo sportivo batte la fiacca; nei momenti più critici può arrivare ad espellere il suo giocare dal campo completando al suo posto i compiti

- SPETTATORE
si accomoda accanto al giocatore, segue attentamente le sue azioni, si esalta quando riesce e si arrabbia quando "fa cilecca". Non prende parte alla partita ma si accontenta di formulare commenti, criticare...

- ALLENATORE
come un vero mister che ha l'obiettivo di favorire la crescita di un proprio atleta...
potrebbe mai sostituirsi a lui durante un allenamento? accetterebbe di guardarlo faticare inutilmente senza intervenire con esortazioni che possano guidarlo, suggerendogli strategie, spronandolo al raggiungimento di una preparazione in miglioramento?

Il genitore, quindi, dovrebbe avere un ruolo di sostegno ed essere una presenza rassicurante e "provocante".

Per capire se un compito sia ben svolto, sottolineando che gli errori sono fondamentali e che "solo chi non fa non sbaglia", il genitore-allenatore dovrebbe porsi tre domande:
a. il bambino è soddisfatto di come ha lavorato?
b. il bambino è sereno?
c. il bambino è ancora carico?

mercoledì 28 marzo 2012

Il disturbo oppositivo provocatorio

La caratteristica fondamentale del Disturbo Oppositivo Provocatorio è una modalità ricorrente di comportamento negativistico, provocatorio, disobbediente, ed ostile nei confronti delle figure dotate di autorità che persiste per almeno 6 mesi ed è caratterizzato da frequente insorgenza di almeno uno dei seguenti comportamenti:



  • perdita di controllo
  • litigi con gli adulti
  • opposizione attiva o rifiuto di rispettare richieste o regole degli adulti
  • azioni deliberate che danno fastidio agli altri
  • accusare gli altri dei propri sbagli o del proprio cattivo comportamento
  • essere suscettibile o facilmente infastidito dagli altri
  • essere collerico e risentirsi
  • essere dispettoso o vendicativo
Per definire il Disturbo Oppositivo Provocatorio, i comportamenti devono manifestarsi più frequentemente rispetto a quanto si osserva tipicamente nei soggetti di età e livello di sviluppo paragonabili e devono comportare una significativa compromissione del funzionamento sociale, scolastico, o lavorativo.
I comportamenti negativistici ed oppositivi sono espressi con persistente caparbietà, resistenza alle direttive, scarsa disponibilità al compromesso, alla resa o alla negoziazione con gli adulti o coi coetanei. L’oppositività può anche includere la deliberata o persistente messa alla prova dei limiti, di solito ignorando gli ordini, litigando e non accettando i rimproveri per i misfatti. L’ostilità può essere diretta contro gli adulti o i coetanei e viene espressa disturbando deliberatamente gli altri o con aggressioni verbali (di solito senza le più gravi aggressioni fisiche osservate nel Disturbo della Condotta).
 Dal momento che un comportamento oppositivo transitorio è molto comune nei bambini in età prescolare e negli adolescenti, si dovrebbe usare cautela nel fare la diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio specie durante questi periodi di sviluppo. Tutti i bambini possono essere scontrosi e capricciosi, però nei soggetti con il DOP queste caratteristiche si presentano amplificate tanto da arrivare a compromettere, in maniera significativa, il loro inserimento sociale.
 
 
Come aiutarli ad uscire da questo stato di disagio?
La parola d’ordine, di un buon intervento educativo e psicologico, dovrà essere “comprensione”. Sono bambini che non vanno curati, né cambiati, ma prima di tutto capiti. Con i loro comportamenti sembrano volerci allontanare, ma se ce ne andiamo soffrono di solitudine. Bisogna cercare, allora, di superare le barriere che ci separano dal loro mondo, capire la causa del loro male interiore.
Forse sono ostili perché cercano di difendersi, a causa di traumi che li hanno portati a diffidare degli altri, oppure vogliono attirare l’attenzione, perché hannombisogno di comunicare i loro problemi e non conoscono altro canale che l’aggressività.
Cosa pensano i bambini DOP? Come valutano se stessi e le loro azioni? Sono contenti del loro modo di essere o vorrebbero cambiare?
Chi è estraneo al mondo della neuropsichiatria infantile, di fronte alle condotte
prepotenti e aggressive dei soggetti oppositivi e provocatori, è portato a dare
 giudizi che però spesso sono lontani dalla verità.
Certo non è difficile cadere in errore perché, osservando il modo in cui questi
 ragazzini si relazionano con gli altri, si può facilmente credere che essi provino
 piacere nel suscitare il pianto dei compagni, nel portare gli insegnanti all’orlo
 della disperazione, nel creare scompiglio e nel rompere tutto ciò che capita loro
 a tiro.
Si pensa che essi siano fieri di se stessi, che godano nell’essere temuti dagli altri,
ma sta proprio qui la nostra cecità, nell’essere incapaci di andare con lo sguardo
oltre le immagini apparenti, per cogliere il nocciolo della loro sofferenza.
Il soggetto affetto dal DOP non vive una vita felice e serena, non è contento del
suo modo di essere e si duole per le opinioni che le altre persone hanno di lui.
L’immagine che ha di sé è molto svalutante, si considera un incapace, indegno
dell’amore altrui e crede che nessuno mai gli potrà essere amico. Si sente
rifiutato, ma sa di essere lui stesso la causa del suo isolamento e così sviluppa
livelli molto bassi d’autostima e spesso anche dei Disturbi dell’Umore.
Come sostiene Patterson, spesso, questa bassa considerazione che il bambino
oppositivo provocatorio ha di se stesso, nasce proprio nell’ambiente domestico.
Il rapporto che questi soggetti hanno con i loro parenti è molto complesso, si
tratta di una sorta di coercizione reciproca che, alla lunga, tende a sgretolare
l’unità familiare. Sono gli stessi genitori ad attribuire ai loro figli delle etichette, a definirli “insopportabili”, “aggressivi”, “terribili”. Queste espressioni che possono essere
dettate da un momento di collera, se ripetute più e più volte, vengono interiorizzate dal bambino, diventando delle auto-asserzioni negative che egli ripeterà a sé stesso ogni qual volta si sentirà abbandonato da qualcuno.
Se qualcuno gli si avvicina per instaurare un rapporto, anziché esserne felice, si mostra diffidente e reagisce con il suo repertorio di comportamenti ostili, come a voler mettere alla prova le intenzioni del suo interlocutore. È come se gli chiedesse “Mi vuoi bene anche se ti dimostro che non valgo niente, anche se ti faccio vedere che mi sono preso gioco di te? Mi vuoi bene anche se io stesso sono sicuro di essere un buono a nulla, e sono certo che nessuno mi potrà mai amare?”.
Il soggetto DOP, quindi, è convinto che anche chi cerca di avvicinarsi a lui in veste d’amico, chi dice di volergli bene e di volerlo aiutare, alla fine, imparando a conoscerlo cambierà idea e lo lascerà nuovamente solo, quindi è bene mettere subito alla prova queste persone, verificare il loro grado di sopportabilità, perché tanto anche loro impareranno ad odiarlo ed è meglio che questo accada prima che egli si illuda di poter ancora ricevere affetto.

Modificare il comportamento intervenendo sulle conseguenze: punizioni e rinforzi
Per far sì che le provocazioni, l’ostilità e gli atteggiamenti aggressivi del DOP vadano estinguendosi, è necessario fare in modo che il bambino incomba in delle conseguenze negative ogni qual volta faccia ricorso a tali comportamenti. Esistono dei metodi, utilizzabili sia in un contesto scolastico che familiare, che permettono di “punire” il bambino in maniera intelligente, evitando cioè di fare ricorso a castighi rigidi e rimproveri umilianti, che potrebbero produrre effetti indesiderati.
Alcune di queste strategie consistono nel:
  • Premiare i comportamenti positivi, anche piccoli ma che conducono alla condotta desiderata e allontanano da quella indesiderata

  • Preferire i premi per i comportamenti positivi (anche piccoli) alle punizioni

  • Evitare le prediche

  • Preferire sempre la perdita di un privilegio (es. uscire o guardare la tv) alla punizione (es. fare qualcosa di spiacevole)

  • Scegliere le punizioni solo per comportamenti molto gravi (esplicito danno verbale o fisico agli altri) e solo se si è provato tutto il resto.

  • Decidere tre regole che tutti dovranno tenere in casa o a scuola (scegliere: “parlare a voce bassa” piuttosto che “non si grida”)

  • Se si decide di rimproverare farlo con poche e specifiche parole es. “avevamo stabilito questa regola, tu l’hai infranta, quindi, come avevamo stabilito ti tocca rinunciare a questo”.

  • Se si decide di punire NON usare mai la violenza fisica (sempre bene ribadirlo) perché non facciamo che peggiorare la situazione oltre che fare un grave danno al bambino.

  • Se si sceglie di premiare o in alternativa, togliere un privilegio, questo deve essere fatto subito. Se si lascia passare troppo tempo l’effetto sul comportamento svanisce.

  • Essere sempre chiari e leali

  • Ricordarsi di dare il “buon esempio”. Siamo il suo principale modello. Una risposta stizzita o aggressiva non fa che rinforzare il comportamento oppositivo del bambino.

  • Attenuare l’esposizione agli antecedenti che normalmente conducono a comportamenti oppositivi. Ricercare le condizioni che attenuano i comportamenti indesiderati.

  • Rimproverare in privato o comunque in modo tale che non possano udire terze persone. La punizione non dovrà servire a formulare giudizi, ma dovrà limitarsi a descrivere il comportamento indesiderato in maniera obiettiva. Al bambino verranno spiegate le motivazioni che rendono sbagliata tale condotta, verranno suggerite modalità comportamentali alternative e verranno indicati i vantaggi derivanti dalla loro messa in atto.

  • Ignorare le “esibizioni” del bambino, ossia rimuovere il rinforzo derivante dall’attenzione degli “spettatori”.

  • Punire attraverso il Timeout ossia attraverso il trasferimento del bambino in un luogo in cui siano inaccessibili i rinforzamenti positivi, come l’attenzione, l’approvazione dei pari, i giocattoli ed altri oggetti interessanti. Questo luogo potrà essere il corridoio di casa, un angolo della stanza, o semplicemente una sedia, l’importante è non scegliere mai spazi che potrebbero infastidire il bimbo più del dovuto, come zone buie o confinate. È bene ricordare, inoltre, che è sufficiente un tempo di appena tre, quattro minuti, e che aumentare tale periodo con lo scopo di rafforzare il valore della punizione è solo controproducente.

  • Sorprendere il bambino con reazioni impreviste. Questa strategia, proposta da Fiorenza e Nardone serve, in particolare, per fronteggiare gli atteggiamenti provocatori attraverso comportamenti stravaganti, che disorientano il soggetto e lo inducono a riflettere sulle proprie condotte. La tecnica consiste nel rispondere alle provocazioni, non con rimproveri o punizioni, ma con azioni che possono apparire incomprensibili, come accostarsi al soggetto e dargli un bacio sul naso, senza dare alcuna spiegazione e limitandosi ad asserire che si aveva voglia di farlo.Questa risposta originale vuole di fatto comunicare al bambino due messaggi:  
1) non casco nelle tue provocazioni;
2) sono capace anch’io di provocarti.

  • Premiare e Punire attraverso gradagno o perdita di punti

  • Piuttosto di dare indicazioni vaghe es. “Comportati bene” o “bravo, oggi ti sei comportanto bene” preferire espressioni come ad esempio “Bravo. Hai apparecchiato la tavola senza fartelo ripetere due volte, ti meriti un premio”

Dottssa Myriam Frittoli

martedì 20 marzo 2012

L'intervento psicologico coi bambini

" Dite: è faticoso frequentare bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli."  
J. Korczack

Capita spesso che i genitori si chiedano se sia necessario portare il loro figlio dallo psicologo.
A volte è il pediatra a suggerirlo, altre qualche insegnante, altre ancora sono mamma e papà stessi a cogliere segnali di disagio, difficoltà o comportamenti problematici che possono richiedere un intervento “esperto”.
Molte volte, basta questo interrogativo per suscitare preoccupazione, timore e ansia nei genitori, spaventati da mancanza di informazioni corrette o da pregiudizi.
Ma cosa fa uno psicologo che lavora con i bambini?
Il primo aspetto da sottolineare, è questo: lavorare con i bambini non può prescindere dal lavorare con i genitori!!
Quanto più il bambino è piccolo, tanto più il coinvolgimento dei genitori è di fondamentale importanza.
In alcuni casi, non è neppure necessario che il bambino arrivi nello studio dello psicologo… può essere sufficiente aiutare i genitori perché i figli ne traggano beneficio e superino il momento difficile che stanno vivendo.
In altri casi, invece, è utile per il bambino trovare uno spazio dove essere ascoltato e aiutato a comprendere ed esprimere ciò che sente. O ancora, nel caso in cui emergano sofferenze più profonde o problematiche significative è importante l’intervento di un professionista, formato all’attività psicologica con i bambini.
Argomenti generali del lavoro tra lo psicologo e il piccolo paziente potranno essere, a seconda dei casi, il riconoscimento e l’espressione di emozioni, l’autostima, l’incremento di abilità sociali…
A queste attività, svolte sempre in modo giocoso e adeguate all’età del bambino, potrà essere affiancato il trattamento di eventuali disturbi clinici.
In base alle problematiche presentate, potrebbe rivelarsi molto utile estendere l’intervento a contesti diversi da quello dello studio dello psicologo: casa, scuola, tempo libero
Dottssa Myriam Frittoli

venerdì 16 marzo 2012

Cos'è l'approccio cognitivo comportamentale

Il termine cognitivo sta a indicare che si indagano i processi di pensiero e come questi influenzano e sono influenzati dalle emozioni e dall’ambiente esterno.
Il fine della terapia quindi è modificare i pensieri e le convinzioni che risultano dolorose per le persone.
Il termine comportamentale indica che si dà molta importanza ai comportamenti della persona.
Il fine della terapia quindi è l’analisi dei comportamenti che generano i problemi e la loro modificazione per raggiungere uno stile di vita più soddisfacente.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale sostiene, quindi, la presenza di una complessa relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, sottolineando come molti dei nostri problemi  siano influenzati da cio' che facciamo e cio' che pensiamo nel presente, nel qui ed ora.
Questo vuol dire che agendo attivamente ed energicamente sui nostri pensieri e sui nostri comportamenti attuali, possiamo liberarci da molti dei problemi che ci affliggono da tempo.
 Quali persone può aiutare la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale?
Negli adulti si rivolge prevalentemente a: problematiche dell'umore (depressione); Ansia, attacchi di panico; Ossessioni e compulsioni; Problemi alimentari (anoressia, bulimia); Stress, disturbi psicosomatici e cefalee; Disfunzioni sessuali; Dipendenze da sostanze (alcool, droghe); Insonnia; Problemi di coppia; Mobbing lavorativo; Problemi di bassa autostima.
Negli bambini e adolescenti è particolarmente indicata per problematiche relative a: Timidezza e ansia da separazione; Disturbi del comportamento, iperattività; Disturbi dell’attenzione; Disturbi emotivi; Comportamenti autolesivi; Disagio scolastico.
N.B. Il lavoro con i bambini viene spesso affiancato al lavoro con gli adulti attraverso training informativi e formativi rivolti ai genitori e alle altre figure di riferimento.


giovedì 15 marzo 2012

3 lettere che racchiudono fatica e sofferenza...

Sempre più mi accorgo come noi "esperti" usiamo sigle che spesso, però, non vengono adeguatamente spiegate ai genitori dei nostri pazienti.

Recentemente una mamma mi ha telefonato e mi ha detto: "Dottoressa, mio figlio ha già la diagnosi.. è un DOB". Attualmente, che io sappia, non esiste nessun disturbo con quella sigla...

Innanzitutto mi piace specificare la differenza tra "ha" ed "è" una certa diagnosi. Dire mio figlio è "dislessico" rispetto "ha la dislessia" non è la stessa cosa. Non mi piace mettere delle etichette ai bambini... ognuno è diverso dall'altro, ognuno è anche altro....

Per comodità, si utilizza un linguaggio comune e per fare diagnosi secondo dei criteri prestabiliti, però, esistono queste "etichette"..

Facciamo un pò di chiarezza:
  • D.S.A. = disturbo specifico dell'apprendimento e quindi dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia
  • D.O.P = disturbo oppositivo provocatorio
  • D.O.C= disturbo ossessivo compulsivo
  • D.C.A= disturbo del comportamento alimentare e quinsi anoressia, bulimia..
  • D.D.A.I. (in inglese A.D.H.D.)= disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività
  • D.G.S.= disturbi generalizzati dello sviluppo tra cui c'è il disturbo autistico
Nei prossimi post spiegherò meglio ciascuno di questi disturbi e quali possono essere i "campanelli d'allarme".

Se qualcuno vuole proporre da quale partire....
Dssa Frittoli Myriam
  
pubblicato anche su 
http://www.medicitalia.it/myriam.frittoli/news/2014/3-lettere-che-racchiudono-fatica-e-sofferenza

Tu chiamale se vuoi... EMOZIONI

Aggressività?

Scarso autocontrollo?


Difficoltà nel rispettare le regole?


Pianto per ogni piccola frustrazione?

Accompagnare un bambino nella sua crescita emotiva sembra essere diventato oggi un compito educativo molto più faticoso rispetto al passato.


La dottoressa Myriam Frittoli, psicologa e psicoterapeuta  esperta dell’infanzia e dell’adolescenza, organizza un corso per “educare alle emozioni“.

Incontri  gratuiti di presentazione per i genitori ed insegnanti  su prenotazione.


Obiettivo: riconoscere e rispettare le emozioni proprie e quelle altrui per promuovere il benessere psicologico e relazionale, la riuscita scolastica e prevenire gli episodi di bullismo e le altre forme di disagio psicologico.

Inizio corsi:  al raggiungimento di 3 iscritti di pari scolarità


Durata : 10 incontri: 2 con i genitori,  6 con i bambini (in gruppi di 3/4 , divisi a seconda dell’età 5-7 anni, 8-10 anni)


Frequenza: Incontri separati genitori e figli  (un’ora alla settimana per i figli e un incontro iniziale e uno finale per i genitori)


 
Info: tel. 333 5909066
 

mercoledì 14 marzo 2012

I dolori dei bambini


"I dolori dei bambini"
di Mela Cecchi

Se un bambino sapesse le parole
con cui parlare ai grandi per spiegare
direbbe che cos'è che copre il sole
vorrebbe che lo stiano ad ascoltare
direbbe che gli pesa sulla schiena
un peso troppo grande da portare
direbbe quanto è amara la sua pena
invece tace e sta a guardare.


I dolori dei bambini non son piccoli così
ombre scure da giganti navi senza naviganti
I dolori dei bambini non lo sanno dire a chi
son macigni son spini non son piccoli così.


Se un bambino sapesse le parole
con cui parlare a un grande per spiegare
direbbe una cosa e una sola
mi devi più di un uomo rispettare.