"Se cerchi l'infinito lo troverai nel sorriso di un bambino; abbi cura di quel sorriso, è l'anima del mondo"


venerdì 31 maggio 2013

Come insegnare a dormire ad un adulto (dal punto di vista di un neonato)

L'ho trovata in rete.... ma mi è sembrata carina...
sia perché mi sono ritrovata nella mia esperienza quotidiana
sia perché ironizza sui pacchetti educativi "preconfezionati".




“Ok, questa è la mia situazione. Sono nato da 7 mesi. I primi mesi erano grandiosi – piangevo, la Mamma mi prendeva in braccio e mi allattava a qualunque ora del giorno e della notte. Poi qualcosa è cambiato.
Nelle ultime settimane la Mamma sta cercando di DTLN (Dormire Tutta La Notte). All’inizio pensavo che fosse una fase, ma niente da fare, sta andando sempre peggio. Ho parlato con altri bimbi e sembra che sia un atteggiamento abbastanza comune tra le Mamme dopo 6 mesi dalla nostra nascita.
Il fatto è questo: le Mamme non hanno veramente bisogno di dormire. E’ solo un’abitudine. Molte di loro hanno dormito per almeno 30 anni, non ne hanno più bisogno. Così ho elaborato un piano e l’ho chiamato il metodo del Pianto.
Funziona così:
Prima notte: piangere ogni 3 ore fino a che non vi avrà allattato. Lo so. E’ difficile. E’ difficile vedere le vostre Mamme sconvolte dal vostro pianto. Ricordatevi però che lo fate per il suo bene.
Seconda notte: piangere ogni 2 ore fino a che non vi avrà allattato.
Terza notte: piangere ogni ora
La maggior parte delle Mamme iniziano a rispondere a questo metodo più velocemente dopo la terza notte. Alcune Mamme sono più toste, e potrebbero resistere di più al cambiamento. Queste Mamme staranno sulla soglia della vostra camera per ore, facendo shh-shh-shh. Non dategliela vinta. Non mi stancherò mai di ripetere questo fondamentale concetto: la COERENZA è la chiave di tutto! Se lascerete che la vostra Mamma DTLN (Dorma Tutta La Notte), anche solo una volta, si aspetterà di poterlo fare tutte le notti. LO SO, E’ DAVVERO DIFFICILE! Ma lei sul serio non ha bisogno di dormire, sta solo facendo resistenza al cambiamento. Se avete una Mamma davvero davvero tosta, potete smettere di piangere per circa 10 minuti, quel tanto che basta perchè lei torni a letto e si addormenti. Poi piangete ancora. Questo FUNZIONERA’ sicuramente. La mia Mamma una volta stette sveglia per 10 ore filate, quindi sappiate che ce la possono fare.
Ieri notte, per esempio, ho pianto ogni ora. Dovete solo decidervi ed essere fedeli al vostro programma. SIATE COERENTI! Mi è capitato di piangere per qualsiasi ragione. Il mio sacco nanna mi solleticava i piedi. Ho sentito una piega sotto il lenzuolo. Ho visto un’ombra sul muro. Ho fatto un ruttino, e sapeva di pera. E non ho mangiato la pera da oggi a pranzo, come la mettiamo? Il gatto ha fatto “miao”. Dovrei saperlo, la Mamma me lo ripete 20 volte al giorno che fa “miao”. Una volta ho pianto perchè mi piaceva l’effetto del suono della mia voce che faceva l’eco sul baby monitor nell’altra stanza. Troppo caldo, troppo freddo, non importa! Continuate a piangere!!
Magari ci vorrà un pò di tempo, ma funziona. La Mamma alla fine mi ha allattato alle 4 del mattino. Domani notte io mio goal sono le 3 e mezza. Bisogna pian pian diminuire gli intervalli tra le poppate in modo da resettare l’orologio interno della vostra Mamma
Qualche volta la mia Mamma chiama i rinforzi e manda il Papà. Non vi preoccupate, i Papà non sono fatti per non dormire come lo sono le Mamme. Potranno al massimo darvi qualche pacca rassicurante e qualche shh-shh-shh prima di dichiararsi sconfitti e rimandare la Mamma.
Inoltre, state attenti alle musichette rilassanti con il rumore della pioggia. Mi piace dare alla Mamma false speranze ascoltando il rumore della pioggia mentre mi mette a letto e facendo finta di chiudere gli occhi ed addormentarmi; aspetto finchè la Mamma non torna a dormire e poi le dò il colpo di grazie con un pianto a sorpresa. Se non mi prende tra le braccia abbastanza velocemente continuo con tutto il repertorio: tosse finta, suoni gutturali e altre cose così che la fanno correre alla culla. Sono sicuro che a un certo punto inizierà a realizzare che davvero non ha davvero bisogno di dormire.
P.S. Non fatevi prendere in giro con quei cosi di gomma, non importa quanto li succhiate, non verrà mai fuori il latte. Fidatevi.”
 

domenica 7 aprile 2013

Enuresi Notturna

Nonostante l’enurési sia un problema molto diffuso (ne soffre il 15% dei bambini di più di 5 anni) e comporti problemi finanziari, psichici ed emotivi nei soggetti e nelle famiglie coinvolte, viene troppo spesso sottovalutato da clinici e pediatri che affrontano il ritardo nell’acquisizione del controllo notturno come un risultato che prima o poi avverrà.
Se ciò è pur vero, il processo può tuttavia impiegare diversi anni e portare con sé un grosso carico di imbarazzo e altri disordini dovuti dall’enorme mole di stress accumulato, che altro non fanno che acuire ancora di più la problematica in essere.
Ma cos’è, in effetti, l’enuresi?
E’ un’urinazione involontaria o volontaria ripetuta nel tempo, con episodi ricorrenti almeno per due volte a settimana e per almeno tre mesi consecutivi. Per poter essere diagnosticata, il bambino deve avere almeno 5 anni ed aver raggiunto un grado di sviluppo in tutte le altre aree pari alla sua età.
Vi sono diversi tipi di enuresi: enuresi notturna, nella quale il problema si presenta solo di notte; enuresi diurna, solo il giorno; enuresi mista, sia il giorno che la notte. E’ primaria quando il bambino non ha mai smesso di bagnare il letto, secondaria quanto, invece, per un periodo superiore ai 6 mesi questo problema era scomparso e poi è riapparso.
Quali sono le cause dell’enuresi?
Per lo più genetiche: i bambini i cui genitori hanno entrambi precedenti di enuresi hanno il 77% di probabilità di sviluppare questo problema contro il 43% dei bambini con un solo genitore che ha sviluppato questo problema (ed appena il 15% di quelli in cui in nessuno dei genitori si è presentato).
Altre cause possono essere la scarsa capacità di svegliarsi dal sonno, una ridotta capacità della vescica, un ritardo dello sviluppo, una ridotta secrezione notturna di ADH o ormone antidiuretico e, ovviamente, fattori psicologici derivanti dallo stress.
Come si interviene?
Uno dei sistemi migliori di intervento è quello incentrato sui sistemi di allarme sonoro (come luminoso e a vibrazione) che avvertono il bambino quando sta bagnando il letto e gli consentono di alzarsi e recarsi in bagno. Ma non è un sistema che può essere sempre utilizzato.
Una terapia supportiva unita ad esercizi per implementare la percezione e l’attitudine alla pulizia sono forme d’intervento incentrate non solo sul problema specifico, ma migliorative di uno stato di benessere e di salute generale.
Da tenere a mente.
Nonostante la diffusione del problema, solo un numero minimo di pediatri e clinici in generale offre un efficace e reale trattamento per l’enuresi. Uno dei motivi principali è dovuto al fatto che vengono prese in esame soprattutto disfunzioni fisiche e sottolineato il ruolo dei fattori medici, senza mettere in risalto la componente emotiva e psicologica che può essere causa del disturbo e che, irrimediabilmente, accompagnano il disturbo stesso.
Una volta accertata l’assenza di condizioni mediche generali, molti pediatri semplicemente si astengono dall’operare qualsiasi trattamento, sostenendo che comunque il problema si risolverà da solo, sottostimando decisamente i risvolti negativi che un intervento del genere può avere sul bambino e sulla famiglia.
Qualsiasi genere di trattamento non può prescindere dall’aiutare e sostenere il bambino (ed la famiglia) in un momento carico di contenuti emotivi difficili da affrontare, soprattutto se risultano sottostimati e non compresi.

Si ringrazia Salvatore Torsi per l'articolo sopra riportato (http://www.studiotorsi.it/affrontare-l-enuresi-notturna/)

Giornata sull'autismo

Articolo semplice, chiaro e incisivo sull’Autismo
http://www.policlinicocampusbiomedico.it/news/511-una-giornata-per-sensibilizzare.html

Certificazione DSA


Sono uscite le indicazioni su come diventare professionisti per la certificazione dei DSA (io sarò tra quelli che hanno le caratteristiche per richiederla)
Anche i genitori saranno maggiormente tutelati

http://www.sanita.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=News&childpagename=DG_Sanita%2FDetail&cid=1213593881854&p=1213277054618&packedargs=locale%3D1194453881584&pagename=DG_SANWrapper

venerdì 25 gennaio 2013

Manuale medico per l'autismo

Questo piccolo manuale è
ammirevole nella capacità di
raccontare in maniera semplice,

efficace ma nello stesso tempo con
rigore scientifico, il bambino con
autismo. Sarà senz’altro di aiuto ai
genitori e ai pediatri per individuare i
comportamenti sentinella nella fase
del sospetto diagnostico iniziale, ma

anche per riconoscere e comprendere

più a fondo alcuni comportamenti problema
 



giovedì 3 gennaio 2013

La mia esperienza con l'autismo

Desidero condividere con voi, in anteprima, l'articolo che uscirà sul giornale dell'ospedale col quale collaboro.

Quando quasi 6 anni fa comunicai a mia mamma, insegnante di scuola elementare, che avevo deciso di iniziare a lavorare con i bimbi con autismo, sgranò gli occhi e mi disse un po’ preoccupata: “ma sei sicura?”. Questo è ancora a volte l’effetto che creo quando dico di cosa mi occupo…

E sì, perché nell’immaginario collettivo il bambino con autismo è guardato ancora con un po’ di paura e sospetto: ci si immagina un bambino che passa tutto il suo tempo a dondolare o a fare del male  a se stesso o agli altri.

In realtà nella mia esperienza lavorativa di bambini così ne ho incontrati davvero pochi… mi sono imbattuta maggiormente in bimbi come Samuele con interessi e passioni ristrette (lui a 4 anni sapeva leggere le cartine stradali e dare le indicazioni meglio di un navigatore) ma incapaci di rispondere a una semplice domanda come “Che gioco vuoi fare? Cosa ti piace?”

Sicuramente i bimbi con autismo, sono speciali, diversi ma non per questo, come  a volte ci si immagina, incapaci di provare sentimenti e affetti.

Ricordo ancora il commento di una mia collega fisioterapista quando vide Federico, bimbo con autismo di 4 anni non verbale, scendere dalle scale, dopo la pausa estiva, corrermi incontro, sorridermi  e abbracciarmi…. “ma questo bimbo non è di certo autistico!”.

Una frase che per me è stata illuminante per riuscire ad entrare in relazione con questi bimbi è stata quella di Therese Joliffe  che afferma “ Se persone normali si trovassero su un altro pianeta con creature aliene, probabilmente si sentirebbero spaventate, non saprebbero come fare per adattarvisi e avrebbero sicuramente difficoltà a capire cosa pensano, sentono e vogliono gli alieni ed a rispondere a tutto questo.”  Ecco, in questi anni di lavoro con i bimbi con autismo ho imparato a non dare nulla per scontato: a loro bisogna insegnare ad imparare, non avviene in automatico come con  tutti gli altri bimbi e poi, quando un concetto l’hanno appreso bisogna aiutarli a generalizzarlo.

Per riuscire a insegnar loro, ho imparato ad entrare in punta di piedi nel loro mondo, nelle loro strutture e rigidità.  In fondo, se ci pensiamo bene, siamo belli complicati.  Per esempio chiamiamo con una stessa etichetta linguistica cose ben diverse. Due esempi concreti? Chiamiamo MELA  quella rossa, gialla, verde, quella grande e quella piccola, quella a fette, quella sbucciata e quella grattuggiata.. tutte cose in realtà percettivamente diverse.  Quando diciamo a un bambino “BEVI” in realtà con la stessa parola gli chiediamo azioni diversissime: bere da un bicchiere (di vetro, di plastica, di carta..), a canna da una bottiglietta, con una cannuccia,  da una lattina, da una fontanella, bere acqua , succo, coca cola….

Certo per i terapisti, gli insegnanti  e i genitori tutto ciò può essere davvero faticoso ma come afferma O.I. Lovaas “Se un bambino non impara dal modo con cui stiamo insegnando, dobbiamo trovare un modo migliore per insegnare”.  Ricordo il papà di Sofia che mi raccontava che diceva sempre a sua figlia “Vai a sederti sul divano” e un giorno sfogliando con me un libretto con le immagini dei mobili della casa Sofia mi indicò il divano e tutta orgogliosa disse “SULDIVANO”.

Come non citare la volta che rimasi senza parole quando dissi a Matteo di dividere le carte per giocare a rubamazzetto e lui, con una precisione millimetrica, iniziò letteralmente a dividermi ogni singola carta a metà. Ecco questi aneddoti possono far sorridere ma ci aiutano un po’ a comprendere come per questi bimbi può essere davvero faticoso e a volte frustrante adattarsi al nostro mondo fatto di linguaggio metaforico, modi di dire, categorie…

Ecco l’obiettivo del mio lavoro: capire per ogni singolo bambino quale è il modo migliore di insegnargli i concetti base e le abilità quotidiane,  entrare nel suo “modo di funzionare” per fargli sperimentare e tollerare la flessibilità e l’imprevedibilità.  Tutto cìò va sempre in concomitanza con un lavoro di rete con la scuola e la famiglia; infatti non avrebbe senso avere un bimbo che “funziona” durante la terapia ma poi non generalizza le abilità apprese nel suo contesto quotidiano.

Dottoressa Myriam Frittoli


lunedì 24 dicembre 2012

Auguri

I miei Auguri di Natale si trasformino in sorrisi sinceri, gioia condivisa, amore, amicizia, piccoli gesti autentici, e una famiglia che si stringe attorno al   tuo cuore con tutto l’amore.
Auguri di Buon Natale e un felice 2013 !
Dottoressa Myriam Frittoli